Riflessioni

LIBERALISMO E COMUNITÀ – Concezioni atomizzate e concezioni organiche

La dissociazione della dimensione individuale dalla dimensione collettiva ha prodotto una concezione molto speciale di libertà generata da una rottura storica e anche culturale.

Una riflessione in merito mediante l’ausilio di Gadamer, de Benoist e Heidegger. 

di Francesco Boco Laureato in filosofia 

La differente concezione della libertà nel liberalismo e nel comunitarismo è frutto di un’inversione radicale della prospettiva politica europea invalsa nel continente sino al Medioevo.

Secondo la visione liberale dell’uomo e della società, costitutivo di ogni persona è il suo essere portatrice di diritti originari inalienabili e individuali. Prima di ogni formazione sociale e di ogni eventuale unione associativa, il liberalismo ritiene che ogni individuo possa vantare dei diritti che sono fondamentalmente quantificabili secondo una valorizzazione economica.

La società liberale si compone di individui finiti in se stessi e che non hanno alcun bisogno di legarsi agli altri e che non hanno alcuna necessità di collegarsi a una tradizione o a una cultura. Secondo la visione liberale, la libertà autentica dell’uomo consiste precisamente in questa sua totale assenza di vincoli originari di ogni genere. L’individuo non è dunque portatore di doveri, in quanto questi sono sempre legati a un rapporto stretto con gli altri e una ricerca del bene comune. I diritti individuali devono essere garantiti dalla società liberale, la quale secondo la visione di Smith e Hayek si autoregola secondo le leggi del mercato. Si concepisce così una società in cui la norma di base consiste nell’attuare la propria libertà senza alienare quella altrui. Evidentemente di per sé questa stessa applicazione del diritto a scegliere il proprio vantaggio non può non andare a scapito dell’interesse altrui. In ultima analisi, la libertà liberale non è partecipativa, cooperativa e funzionale; è invece una libertà monadica, centrifuga e del tutto impolitica.

La crisi della politica nelle società liberali non deve stupire. È sintomatico di una gestione della cosa pubblica che sin dal principio dell’età moderna ha fatto della delega e della dissoluzione dei legami comunitari e dei doveri personali una norma moralmente vincolante. Da Bodin a Hobbes fino a Kant ciò che la modernità ha assegnato all’uomo è una morale individuale, fatta e finita, che nella sfera politica si traduce a un diritto al disimpegno e alla delega a un potere regnante il cui compito generale è quello di rappresentare il popolo e garantirne le libertà inalienabili.

Il problema decisivo è che nella visione liberale il popolo non esiste, poiché allo stato di natura esistono solo individui portatori da sempre di diritti naturali e indiscutibili. Il popolo è un concetto evanescente che prende forma col contratto sociale stretto tra i singoli e il regnante e che, al momento stesso del patto, esaurisce la sua funzione politica. Nel regime liberale il potere è garante delle libertà individuali ed ha il diritto di fare tutto ciò che ritiene necessario per tutelarle. 

Poiché le appartenenze non volontarie, che cioè non sono frutto della libera scelta individuale razionale, non sono ammesse nel pensiero liberale, di conseguenza il legame con la collettività viene meno e così la funzione politica del singolo sparisce. Ciò che interessa è la tutela degli interessi e della proprietà.

La concezione della libertà di cui si è detto è frutto di un’inversione di quanto valeva nel sistema politico europeo almeno fino al Medioevo. «Essere “umani” ha significato, in ogni epoca, affermarsi nello stesso tempo come persona e come essere sociale: la dimensione individuale e la dimensione collettiva non sono identiche, ma sono indissociabili. Nella percezione olistica, l’uomo si costruisce da sé sulla base di ciò che eredita e con riferimento al contesto socio-storico che gli appartiene. È a questo modello, che è il modello più generale della storia, che l’individualismo, che va visto come una particolarità della storia occidentale, viene direttamente a contrapporsi. L’individualismo, nel senso moderno del termine, è la filosofia che considera l’individuo l’unica realtà e lo assume quale principio di ogni valutazione» (A. de Benoist, Oltre il Moderno, Arianna ed., p. 66). 

Secondo la visione comunitaria che si è espressa in vari gradi nel continente europeo nei suoi sistemi politici pre-moderni, l’uomo si trova sempre calato all’interno di un contesto culturale preesistente. Egli può certamente decidere in un secondo momento di dissociarsi da esso, ma pure facendo ciò l’appartenenza iniziale svolgerebbe un ruolo nella sua formazione e nel condizionare la sua scelta. D’altronde accade lo stesso nella società liberale, dove norme morali e culturali sono preesistenti ed influiscono in un modo o nell’altro in ciascun componente della società occidentale. Benché il liberalismo neghi ogni appartenenza iniziale dell’individuo a un qualcosa al di fuori di se stesso, evidentemente ciò accade anche nello stesso sistema liberale. È in fondo quanto argomentava il filosofo Hans Georg Gadamer quando parlava della legittimità dei pregiudizi, intesi come forma primordiale di comprensione di ciò che circonda l’uomo. Il contesto della comprensione non può essere astratto, così come invece vorrebbe il liberalismo. Allo stesso modo, descrivere l’individuo come un qualcosa di universale, identico e indifferenziato, non ne fa un soggetto attivo della società, ma solo un portatore di diritti di tipo mercantile che non tocca a lui tutelare.

A differenza della teoria liberale che risulta riduttiva e che tende ad appiattire la complessità storica e culturale dell’uomo, il pensiero comunitarista parla della libertà dell’uomo come necessariamente legata ad un contesto, ad una cultura e all’esistenza storica. Ancora, Martin Heidegger ha fornito delle precisazioni essenziali su come vada compresa la libertà dell’essere umano nel suo stare nel mondo.

Per il professore di Friburgo infatti l’uomo è un essere storico. Soltanto partendo da questo presupposto è possibile condurre un domandare essenziale ed efficace intorno alla questione dell’Essere. L’esser-ci è sempre collocato storicamente e si trova calato in una condizione che deve, innanzitutto, assumersi come propria, pena lasciarsi trascinare nell’inautenticità. Lo stesso modo con cui Heidegger chiama l’uomo, l’esserci, è ancor di più un tentativo di aprirsi a una condizione di autenticità dell’essere umano. 

L’esserci che è essere-nel-mondo, è anche essere-con-gli-altri. Nella sua anticipazione in quanto essere-per-la-morte, l’uomo apre la prospettiva del progetto e si prepara alla piena realizzazione della propria libertà autentica nel destino. Questa comporta una comprensione del proprio essere. Nonostante la decisione per l’autentico destino storico sia demandata unicamente all’individuo, questa ha dei risvolti collettivi che Heidegger affronta in modo piuttosto sintetico nella sua opera maggiore: «Ma se l’Esserci, carico di destino, in quanto essere-nel-mondo, esiste sempre e per essenza come con-essere con gli altri, il suo accadere è un con-accadere che si costituisce come destino-comune. Con questo termine intendiamo l’accadere della comunità, del popolo. Il destino-comune non è la somma dei singoli destini, allo stesso modo in cui l’essere-assieme non può essere concepito come una semplice somma di singoli soggetti. Nell’essere-assieme in un medesimo mondo e nella decisione per determinate possibilità, i destini sono già segnati anticipatamente. Solo nella comunicazione e nella lotta, la forza del destino-comune si rende libera» (Essere e Tempo, Laterza, p. 453).

È quindi evidente quanta sia la distanza da un pensiero che allontana la storia e il destino dall’uomo per farne un individuo isolato e astratto rispetto a una concezione della comunità ontologica e destinale. Partendo dalla visione aristotelica, l’uomo è tale nella piena realizzazione delle sue funzioni e facoltà che gli viene garantita dal suo essere parte attiva della comunità politica a cui appartiene. Secondo la filosofia originaria l’esistenza dell’uomo è radicalmente politica e nel prendere il posto che gli compete l’uomo acquisisce la sua funzione e la libertà che gli è propria.

La comunità opera per il bene comune, perciò assegna alle proprie diverse componenti dei doveri, che non costituiscono dei limiti alla propria dignità, ma piuttosto ne esaltano la funzione e il rango. Allo stesso modo, i diritti che ne conseguono non sono astratti ma collocati, e definiti in base a identità e ruolo. 

Tratto da “Polaris – la rivista n.7 – IL FANTASMA DELLA LIBERTÀ” – acquista qui la tua copia

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