Ago Magnetico

AFRICA: IL NOSTRO STERILE SENSO DI COLPA E IL CORTOCIRCUITO DELL’UMANITARISMO

Una concreta ed efficace cooperazione in Africa può avvenire solamente se, come europei, mettiamo al primo posto gli interessi del nostro Continente ed abbandoniamo per sempre il nostro sterile senso di colpa.

di Salvatore Recupero

Il tema della presenza degli italiani in Africa è tornato al centro del dibattito dopo l’omicidio dell’ambasciatore italiano Luca Attanasio, del carabiniere di scorta, appuntato Vittorio Iacovacci e del loro autista congolese Mustafà Milambo Baguna. Una vicenda tragica che è ancora (e lo sarà per molto tempo) avvolta dal mistero (1). Indipendentemente dalla ricostruzione dei fatti, è necessario chiederci se il ruolo degli italiani (e più in generale degli europei) in Africa debba limitarsi alla sola “cooperazione umanitaria”. Andiamo con ordine.

Cooperazione: quando l’africano è considerato come “minus habens”

Ogni discussione sul Continente Nero parte dal presupposto che dobbiamo aiutare gli africani. Su questo sono d’accordo quasi tutti. Al massimo ci si divide tra chi vuole “aiutarli a casa loro” e chi propone l’immigrazione di massa in Europa come “soluzione finale”. Il mantra è sempre lo stesso: noi europei abbiamo saccheggiato l’Africa e per questo motivo dobbiamo espiare le nostre colpe.

Forse gli antirazzisti non si rendono conto che tali argomentazioni si basano sulla convinzione che gli africani siano dei minus habens. È il cortocircuito dell’umanitarismo. Aiutare per 60 anni chi è padrone del proprio destino equivale a considerarlo un essere inferiore, incapace di badare a sé stesso. 

Ribaltiamo il discorso e chiediamoci perché dobbiamo aiutare i popoli africani? Non sono forse quest’ultimi capaci di darsi delle leggi e di contrastare da soli eventuali sfruttatori? 

Chi è stato sfruttato dall’uomo bianco dovrebbe fare di tutto per affrancarsi dal vecchio padrone. E dunque perché molti africani vogliono venire in Europa? Si tratta di una specie di sindrome di Stoccolma collettiva? Chissà. Tra i tanti dubbi che abbiamo c’è però una certezza: nella mente degli italiani (e in generale in quella degli europei) scatta un disturbo della psiche collettiva: l’oicofobia. Vediamo di cosa si tratta. 

Gli europei sono ammalati di oicofobia

Adriano Segatori, psichiatra e psicoterapeuta, nel numero 5 della Rivista Polaris (Primavera 2011) ha descritto questo fenomeno in maniera magistrale (2). A questo proposito Segatori spiega che: “È  come se il morbo della colpa si fosse insinuato tra le maglie della memoria, e tutto venisse filtrato attraverso il giudizio che altri potrebbero dare. Una ricerca continua di accettazione servile del beneplacito altrui. Questa vera e propria malattia, un disturbo della psiche collettiva, è stata indicata dal filosofo conservatore Roger Scruton con il termine di ‘oicofobia’, cioè una forma patologica di ‘avversione per la propria casa e per il proprio retaggio’”. 

Il tema potrebbe sembrare astratto ma in realtà non è così. Basta osservare una manifestazione a favore dell’immigrazione. Vediamo tanti giovani italiani (soprattutto donne) vestirsi come gli africani quasi come se i loro abiti potessero offendere gli allogeni. Un simile fenomeno avviene nella Chiesa Cattolica. Mentre la Caritas italiana incoraggia l’immigrazione, il Cardinale nigeriano Francis Arinze si smarca da Papa Bergoglio chiedendo ai giovani africani di rimanere nella loro terra (3). Per molto meno un prete italiano sarebbe stato tacciato di suprematismo. Ma la pelle del Cardinale Arinze gli permette di potersi smarcare dalla retorica umanitarista. 

Il “morbo della colpa” affligge anche il nostro corpo diplomatico. Tornando al povero ambasciatore Attanasio, i media hanno voluto mostrare le sue foto con in braccio i bambini neri. Il messaggio era chiaro: l’ambasciatore è bianco ma stranamente non fa male a nessuno. Senza aprire il capitolo del nostro passato coloniale, è utile fare una digressione su ciò che avvenne dopo la nascita degli stati africani. 

Il periodo post coloniale

Il periodo post coloniale è stato ampiamente approfondito da Polaris soprattutto nell’articolo di Antonio Pannullo (4). Pannullo ricorda che: “Negli anni Sessanta e Settanta in nome di non si sa quale malinteso e demagogico senso di libertà susseguente alla fine della Seconda Guerra mondiale, il continente fu decolonizzato in fretta e furia, cosa che bloccò, forse per sempre, lo sviluppo dei popoli africani, non in grado di autogovernarsi e di badare a loro stessi, come i fatti hanno tragicamente dimostrato ovunque”. “L’Africa – continua Pannullo – come fu definita da un vecchio colono belga, è un autentico scandalo geologico, nel senso che i metalli e le risorse minerario più preziosi della terra sono concentrate lì, e in quantitativi impressionanti. Oro, argento, rame, platino, uranio, diamanti e pietre preziose di ogni tipo, ferro, bauxite, carbone, titanio e anche la tantalite-columbite, il cosiddetto coltan, che serve all’industria elettronica e la cui domanda è in continuo aumento. Molti di questi minerali, a cominciare da quest’ultimo, presente in particolare in Congo, vengono depredati sin dagli anni Sessanta da multinazionali che semplicemente recintano i giacimenti, li proteggono con guardie armate, estraggono il materiale, e lo caricano su aerei destinazione Stati Uniti”. Negli ultimi venti anni a contendere il campo alle multinazionali e agli Usa non c’è più l’Unione Sovietica ma la Cina. 

I rapporti sino-africani

Pechino ha saputo sfruttare al meglio l’affrettata decolonizzazione africana. L’inizio possiamo farlo risalire al 2000 con la creazione del Forum per la cooperazione Cina Africa (Focac). Il rapido sviluppo delle relazioni sino-africane è frutto del combinato disposto tra la domanda cinese di risorse naturali e la necessità dell’Africa di dotarsi di infrastrutture. Forniamo qualche cifra. Nell’arco di dieci anni, gli scambi commerciali decuplicano passando dai venti miliardi del 2003 ai 200 miliardi del 2012, registrando un tasso di crescita annuale del 16%. Nel 2014, le importazioni cinesi dall’Africa superano i 200 miliardi di dollari, mentre quelle africane dalla Cina i 93 miliardi di dollari. 

Non dimentichiamo anche il volume dei prestiti di Pechino nei confronti di molte nazioni africane. In molti hanno accusato la Cina di voler attirare i partner nella “trappola del debito” rendendoli così dipendenti e ricattabili. Le cose non vanno esattamente così. Lo vediamo con la settima sessione del suddetto forum a settembre 2018. In quell’occasione viene fuori un nuovo modello di cooperazione che rischia di mettere in crisi il ruolo politico degli altri player internazionali: Xi Jinping concede molti prestiti (ben 15 miliardi) a interessi zero. Questo non vuol dire che Xi voglia indossare i panni del Buon Samaritano. Questi investimenti a fondo perduto hanno lo scopo di creare gli hub africani della One Belt One Road (la nuova Via della Seta). Tuttavia, l’obiettivo finale della Repubblica Popolare Cinese non è solo quello di inserire l’Africa nelle rotte commerciali che collegano il Celeste Impero all’Occidente, ma anche di controllarne i principali snodi.

Più Europa in Africa e non viceversa

I cinesi hanno trovato (al contrario degli italiani/europei) un modo per cooperare con gli africani. La cooperazione è un’arma assai potente. Pechino questo lo ha capito e anche gli africani non si lamentano. Tuttavia come abbiamo già detto preferiscono scappare in Europa. Quindi, mentre i cinesi incassano, noi subiamo i costi dell’immigrazione, come ha scritto Giampaolo Bassi su Polaris nel 2011 (5). Cosa fare dunque per uscire da questa gabbia? La soluzione è semplice cominciamo a cooperare mettendo al primo posto gli interessi del nostro Continente. Non è un’utopia. A livello di stati nazionali siamo in grado di farlo. Ad esempio il liberale Macron sta lottando con discrezione l’immigrazione clandestina in Niger.

Ma questo oggi non basta più per frenare i grandi player globali (Usa, Cina, Russia, Turchia). Una sola nazione non ha la forza per battersi contro blocchi continentali. 

Ed infine, sarebbe ora di mettere da parte il nostro senso di colpa. Non siamo stati certo noi a portare la guerra nel Continente Nero. Le guerre tribali sono ferocissime e non hanno bisogno delle potenti armi vendute dagli occidentali. Basterà ricordarsi del genocidio dei Tutsi nel 1994: in 100 giorni furono massacrati in Ruanda almeno 500.000 persone. Molte di queste furono brutalmente uccise con il machete o i bastoni chiodati. In Africa (come del resto in alcun posto al mondo) nessuno è innocente.

1. Al Jazeera. L’ambasciatore Attanasio ucciso da “fuoco amico”. Di Giuseppe Spezzaferro internettuale.net 23 Febbraio 2021
https://internettuale.net/4452/al-jazeera-lambasciatore-attanasio-ucciso-da-fuoco-amico

2. L’odio per la storia – Noi italiani, ammalati di oicofobia di Adriano Segatori Polaris Rivista n.5  Marzo 2011
https://www.centrostudipolaris.eu/2011/03/01/lodio-per-la-storia-noi-italiani-ammalati-di-oicofobia/

3. You ask them: Are you serious?: An interview with Cardinal Arinze di Dan Hitchens Catholic Herald 25 luglio 2019
https://catholicherald.co.uk/you-ask-them-are-you-serious-an-interview-with-cardinal-arinze/

4. Il Continente Giallo – Pechino invade l’Africa depredata dalle multinazionali di Antonio Pannullo Polaris Rivista n .3 Settembre 2010
https://www.centrostudipolaris.eu/2010/09/01/il-continente-giallo-pechino-invade-lafrica-depredata-dalle-multinazionali/

5. La borsa e le vite – Disfunzione e classismo dei flussi migratori di Giampaolo Bassi Polaris Rivista n. 6 Estate 2011
https://www.centrostudipolaris.eu/2011/07/01/la-borsa-e-le-vite-disfunzione-e-classismo-dei-flussi-migratori/

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Language